Italia: Paese amico dei bambini
A Roma il 9 maggio scorso si è tenuta la conferenza “La salute e la condizione delle mamme e dei bambini in Italia e nel mondo”, promossa da “Save the Children”, organizzazione internazionale per la difesa e promozione dei diritti dell’infanzia, fondata da 90 anni, e da 10 anni presente in Italia. In tale occasione è stato presentato il decimo “Rapporto sullo Stato delle Madri nel Mondo” e il dossier “Madri italiane e straniere in Italia: quale tutela per la loro salute e per quella dei bambini?”, da cui emerge che l’Italia è un Paese “amico dei bambini” in quanto, secondo l’indice di benessere dell’infanzia stilato, è al secondo posto in Europa, dopo solo la Svezia. I parametri della salute infantile utilizzati per determinare l’indice di benessere sono stati: 1) il tasso di mortalità al di sotto dei 5 anni, 2) la percentuale di bambini sotto i 5 anni sottopeso, 3) il tasso di iscrizione alla scuola primaria e secondaria, 4) il tasso di bambine iscritte a scuola in rapporto ai maschietti. Il rapporto ha valutato anche il supporto dello Stato allo sviluppo della prima infanzia, e anche qui l’Italia si attesta nella zona A della classifica, grazie alla presenza di un piano nazionale che tutela i minori svantaggiati, e di servizi per l’infanzia previsti e finanziati dallo Stato, tra cui quello del Pediatra di famiglia, che non è presente in altri Paesi, tranne Spagna e qualche Paese dell’Est. Nel nostro Paese la rete di assistenza pediatrica funziona bene ed è una risorsa preziosa nel ridurre incidenza di malattie, incidenti, ricoveri e morti e nel promuovere salute, benessere, alimentazione corretta, abitudini ottimali, vaccinazioni, informazione e coscienza sull’infanzia. Analizzando invece i soli indicatori relativi al benessere delle madri, quali: 1) il rischio di morte materna, 2) la percentuale di donne che utilizzano la contraccezione, 3) la tutela e i benefici alla maternità, 4) il rapporto fra i salari degli uomini e quelli delle donne, l’Italia scende al 24° posto. Sebbene in definitiva questi riscontri riportino per l’Italia un quadro sostanzialmente positivo, la condizione di salute delle mamme appare più fragile di quella dei bambini, e inoltre le statistiche non sempre riescono a rappresentare appieno alcune situazioni relative a specifici gruppi sociali a rischio.
Le nuove mamme e i nuovi bambini
Da una recente indagine a cui hanno risposto 4 mila mamme, promossa dal settimanale “Donna Moderna” in collaborazione con l’Osservatorio Chicco e la Società Italiana di Pediatria, emerge un identikit molto positivo della “mamma moderna” italiana: informata, realizzata e consapevole, matura e autonoma (ma… avranno risposto sinceramente?). Sul fronte sanitario, è importante il fatto che il 60% delle madri individua nel Pediatra il consulente di cui fidarsi, ed è un buon risultato che l’allattamento al seno nel 36% dei casi continui oltre il sesto mese di vita.
Un ritratto dei bambini e adolescenti di oggi in Italia, invece, si ricava dal decimo Rapporto nazionale sull’infanzia e l’adolescenza curato da Eurispes per Telefono Azzurro, svolto su circa 2.500 bambini e ragazzi tra i 7 e i 19 anni in 33 scuole italiane. L’identikit che emerge dai questionari, ha commentato Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, è quello di una “generazione provvisoria”, che da una parte sente l’instabilità del presente “velocizzato” dall’avvento e dalla diffusione delle nuove tecnologie, dall’altra si trova spesso priva di modelli di riferimento. I contorni del futuro per i giovani sono resi insicuri dalla crisi dei valori del mondo adulto e dall’incertezza del lavoro nel sistema dell’economia globalizzata. E quando si parla di futuro negato non ci si riferisce solamente a quei minori che subiscono abusi, che soffrono di devianza o che vivono in condizioni di estrema povertà: anche per quei ragazzi che si trovano inseriti in contesti “normali”, che offrono loro opportunità, mezzi, e perfino, in molti casi, il superfluo, si assiste a un vero e proprio spreco di potenzialità, come testimoniato dalla diffusione incrementale di disturbi del comportamento alimentare, obesità, bullismo, depressione, suicidio, dipendenza da droga, alcool, farmaci, internet. “Occorre quindi - ha concluso Fara - che gli adulti, la società, la politica, le istituzioni prendano maggiore coscienza della necessità di offrire la pluralità di elementi necessaria affinchè i giovani possano riappropriarsi del futuro e dell’idea che ce ne sia uno possibile, migliore, nel quale proiettarsi esprimendo pienamente la loro identità e sfruttando le innumerevoli potenzialità che hanno, come mai è accaduto per le precedenti generazioni, a disposizione” quotidiane.
Il nuovo baby-boom: il contributo delle gravidanze plurime
Purtroppo l’Europa si trova in una sorta di “inverno demografico” da circa trent’anni: in tutti gli stati dell’Unione, il numero medio di figli per donna infatti è più basso rispetto alla soglia del 2,1, che permette la sostituzione delle generazioni. In Italia, il calo vistoso di fertilità e natalità tra la fine degli anni ‘70 e i primi ‘90 ha prodotto negli anni 2000 un Paese stabilmente a crescita zero. Il tasso di fecondità è da noi tra i più bassi d’Europa: il numero di nuovi nati per 1.000 donne in età fertile nel 2007 è stato per esempio pari a 40,3 contro i 41,9 della Grecia, i 43,1 della Spagna e i 54,8 della Francia. Una volta avuto il primo figlio, molte madri italiane peraltro non ne fanno altri pur desiderandoli: secondo l’Istat, circa un terzo di esse cita a questo proposito motivi economici (20,6%) e di lavoro (9,5%). Tuttavia, del tutto recentemente, anche l’Italia, come altri Paesi occidentali, sembra attraversata da un’inversione di tendenza, un nuovo “baby-boom”, come negli anni ’60, dovuto in parte all’aumento record delle gravidanze multiple, grazie soprattutto alle tecniche di fecondazione assistita, e ancor di più alla crescente immigrazione. L’aumento dei parti plurimi è stato oggetto del recente convegno “I gemelli in età pediatrica”, organizzato da Sonia Brescianini del Registro nazionale gemelli dell’Istituto Superiore di Sanità, e dal Professor Mario De Curtis, Direttore dell’Unità di Neonatologia del Policlinico Umberto I. La nascita di gemelli è favorita oltre che dalle tecniche di procreazione medicalmente assistita anche all’aumento medio dell’età materna: nel Lazio ad esempio nel 1982 solo il 9% delle madri aveva un’età superiore a 35 anni, nel 2008 il 34%. Su 570 mila nati in Italia nel 2008, circa il 3% è rappresentato da gemelli. È aumentato anche il numero dei nati da parto trigemino o superiore: oggi rappresentano circa il 4% del totale dei nati da parto plurimo.
I minori stranieri e le loro problematiche
Dopo essere stati tradizionalmente e per un secolo e mezzo popolo di emigranti, oggi siamo polo di attrazione lavorativa per gente delle più disparate Nazioni, e questi cospicui flussi immigratori stanno creando una grande trasformazione sociale, convertendo sempre più la nostra realtà in una società multietnica. I dati al 1° gennaio 2008 del rapporto Istat dicono che i minori stranieri in Italia sono 761 mila, pari al 22,2% del totale degli stranieri residenti, con un aumento di circa 94 mila unità rispetto all’anno precedente. Quindi più di un quinto della popolazione straniera è costituito da minori, cinque punti percentuali in più rispetto a quanto avviene tra gli italiani (22% contro 16,7%). I bambini nati in Italia con almeno un genitore straniero aumentano in modo esponenziale: sono nati da madre e/o padre stranieri 58 mila bambini nel 2006, 64mila nel 2007, 90 mila nel 2008, pari al 15% di tutti i neonati. Ad essi si sono aggiunti nel 2008 altri 40 mila minori stranieri venuti a seguito di ricongiungimento.
Nel 2007 il numero medio di figli è stato 1,28 per le donne italiane e 2,40 per le straniere. Secondo il dossier statistico Caritas-Migrantes, i nuovi nati da entrambi i genitori stranieri hanno inciso nel 2008 per il 12,6% sulle nascite totali registrate in Italia, ma il loro apporto è pari a un sesto se si considerano anche i figli di un solo genitore straniero.
La provenienza degli immigrati è quanto mai eterogenea: almeno 150 Nazioni diverse, un vero caleidoscopio di etnie e culture. Per quanto riguarda la ripartizione per regioni italiane, la maggior parte dei neonati immigrati nascono al nord-ovest (quasi 25 mila), poi al nord-est (circa 17 mila) e di seguito centro, sud e isole. Per quanto riguarda poi la scuola, cresce il numero di stranieri tra i banchi delle scuole elementari (8,3%), ma anche alle medie e alle superiori, oltre che nelle materne, dove un bambino su sette non è italiano.
Gli alunni figli di genitori stranieri, nell’anno scolastico 2008/2009, sono saliti a 628.937 su un totale di 8.943.796 iscritti, per un’incidenza del 7%.
L’incidenza più elevata si registra in Emilia Romagna e in Umbria, dove viene superato il 12%, mentre si scende al 2% al Sud e nelle Isole. Ma il loro inserimento? Secondo il Rapporto nazionale 2008 sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza realizzato da Telefono Azzurro e Eurispes, il 12,5% dei bambini stranieri non incontra nessun problema legato all’integrazione e il 66%, dopo l’iniziale periodo di adattamento, si sente perfettamente a proprio agio in classe.
Quanto ai bambini italiani, il 54,8% degli intervistati dichiara di aver instaurato un rapporto di amicizia e il 15% di provare simpatia o interesse per i compagni stranieri, mentre il 3,4% dichiara indifferenza, l’1,3% fastidio e l’1% antipatia.
L’esperienza scolastica è spesso il banco di prova per il bambino straniero, e può costituire un fattore di rischio o divenire risorsa, laddove riesca ad realizzare una buona integrazione. Pertanto, la creazione di classi separate che è stata proposta potrebbe avere valenza negativa. La scuola ideale è un luogo aperto al “diverso”, rispettosa delle sue tradizioni, abitudini, cultura di appartenenza. L’integrazione avviene attraverso il rispetto reciproco, in una libera relazione tra pari, individui di uguale dignità. Può essere naturale e comprensibile provare un senso di diffidenza, avversione, pericolo verso ciò che è nuovo, diverso, misterioso e sembra possa minacciarci o invaderci, ma si può superare.
La grande sfida del prossimo futuro è la “transculturalità” cioè la pacifica convivenza sullo stesso territorio di culture diverse che si confrontano, si accolgono, si mescolano, si integrano, pur rispettando ciascuna la propria specifica identità. Si tratta di uno sforzo non facile, ma può valerne la pena.
Dobbiamo considerare che è proprio la diversità degli esseri umani la loro più grande risorsa. Conoscere chi è diverso da noi può costituire una formidabile opportunità di arricchimento, messa in discussione, crescita, rinascita.
La diversità non rappresenta un elemento di disturbo da annientare, assimilare o emendare, ma una ricchezza da accogliere e valorizzare. Sono proprio i bambini, con la loro spontaneità, innocenza, simpatia, attrattiva, il tramite ideale per il superamento dei pregiudizi e dell’isolamento.
Il problema della povertà infantile
Secondo l’ultimo rapporto Istat “La povertà in Italia nel 2008” i minori a rischio di povertà nel nostro Paese sono il 24%, contro una media europea del 19%. L’Italia, insieme a Grecia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo e Spagna, fa parte del gruppo di Paesi europei che registra il più alto livello di povertà infantile.
L’incidenza della povertà è maggiore nelle famiglie dove sono presenti minori e nella tipologia familiare monogenitoriale o al contrario nelle famiglie molto numerose.
Soprattutto fra le madri single e le donne straniere irregolari (si stima siano almeno 400.000 le straniere senza un regolare permesso di soggiorno) si registrano preoccupanti livelli di povertà, emarginazione sociale e minore tutela sanitaria per difficoltà di accesso alle cure.
È diventato un simbolo dell’ingiustizia sociale il piccolo Elvis, bimbo capoverdiano di 6 anni, morto intossicato dalle esalazioni di un braciere qualche mese fa al quartiere Sanità di Napoli, perchè la madre, povera e sola, non aveva pagato la bolletta della corrente.
Cresce la percentuale di famiglie campane povere: nel 2006 era il 21,2%, nel 2008 arriva al 25,3%, percentuale che posiziona la nostra regione al terzo posto, dopo Sicilia e Basilicata, entrambe col 28,8%.
Il dato campano è cinque volte superiore a quello osservato nel resto del Paese (4,9% nel Nord e 6,7% nel Centro).
In Campania nel 2008 è risultata povera una famiglia su quattro. Nel 2007 lo era una famiglia su cinque.
La carenza di operatori per l’infanzia
Il “Gruppo di lavoro per la convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” (Gruppo Crc) del Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, in un seminario tenutosi lo scorso giugno a Taormina (“La tutela degli operatori come fattore di protezione del bambino maltrattato”) ha denunciato come l’Italia, benché da ben18 anni abbia ratificato la convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, è ancora agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda il numero di operatori professionali per la cura e tutela dell’infanzia.
Gli assistenti sociali nei servizi pubblici e privati sono 37.000, vale a dire che l’Italia ha 6 assistenti sociali ogni 100 mila abitanti contro una media europea di 75 assistenti sociali ogni 100 mila.
Gli psicologi sono, invece, 3 ogni 100 mila abitanti contro una media europea di 23.
Anche i Pediatri, col numero chiuso alle Suole di Specializzazione, cominciano a scarseggiare sul territorio, e c’è il rischio che manchi un ricambio generazionale quando l’attuale fascia dei cinquantenni andrà in pensione.
Sicilia e campania: fanalini di coda
Il report “Bambini in Italia”, curato da Valerio Belotti, coordinatore scientifico del “Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza” e presentato a Roma in occasione delle Giornate della ricerca sociale, iniziativa promossa dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, è uno studio che ruota intorno a 6 dimensioni: 1) le relazioni e i legami, 2) il benessere materiale e culturale, 3) la salute, 4) l’inclusione scolastica, 5) la sicurezza, 6) la diffusione e l’uso dei servizi, per rappresentare un quadro complessivo della condizione dell’infanzia nel Paese.
Gli indicatori esaminati mostrano Sicilia e Campania come fanalini di coda per il benessere dei bambini.
Benché queste ricerche siano criticabili in quanto non sono in grado di dare un quadro esaustivo della condizione dei bambini, ma sono una rappresentazione frammentata della realtà con aspetti studiati approfonditamente e altri tralasciati, tali dati, associatamene a quelli della povertà infantile, devono farci riflettere e sentire in colpa su situazioni che non sono lontane dalla nostra realtà, ma tremendamente, e spesso anonimamente, vicine.





